mercoledì 29 aprile 2026 - 13:52
Strategie del nemico nella guerra cognitiva e modalità di contrasto

Amin-Rostami, membro del corpo docente dell’Istituto Imam Khomeini, analizzando le diverse dimensioni della guerra ibrida contro il fronte della verità, ha sottolineato che, accanto alla guerra militare, la guerra cognitiva rappresenta uno dei principali terreni di confronto: il nemico cerca infatti di penetrare nelle convinzioni e nelle informazioni delle società per orientare l’opinione pubblica a proprio vantaggio e creare le condizioni per indebolire il fronte avverso.

Agenzia Hawzah News – L’Hojjatoleslam Ali Amin Amin-Rostami, membro del corpo docente dell’Istituto Imam Khomeini, ha dichiarato in un’intervista all’Agenzia Hawzah News che, nell’epoca contemporanea, lo scontro tra il vero e il falso si sviluppa su molteplici piani: «Una parte di questo scontro, più visibile all’opinione pubblica, è la guerra militare, ma essa comprende in realtà anche altre dimensioni meno considerate».

Richiamando il concetto di «guerra ibrida», ha aggiunto: «Anche in passato esistevano tali forme di scontro, ma oggi si sono ampliate: il conflitto si estende ai campi militare, psicologico, politico e culturale, oltre che ad altri ambiti. Una delle sue dimensioni più rilevanti è la guerra cognitiva».

Ha quindi precisato: «Nella guerra cognitiva il nemico tenta di infiltrarsi nelle convinzioni e nelle informazioni del fronte opposto, riorganizzandole a proprio favore; se vi riesce, realizza una parte significativa dei propri obiettivi».

Le principali strategie del nemico nella guerra cognitiva

Richiamando esempi della storia islamica, Amin-Rostami ha osservato: «Mu‘awiya, per prevalere sull’Imam Ali, cercò di modificare la percezione che la popolazione del Bilad al-Sham (la regione storica comprendente Siria, Libano, Palestina e Giordania) aveva nei confronti dell’Imam. Quando si diffuse la notizia del martirio di quest’ultimo, alcuni rimasero sorpresi e dissero: “Ma davvero Ali ibn Abi Talib è stato ucciso nel mihrab?! Ma pregava?!”. Questo mostra come la manipolazione della percezione collettiva preparò il terreno per contrastare il fronte della verità».

Ha aggiunto: «Anche nella vicenda dei kharigiti, dietro le quinte vi era la corrente di Mu‘awiya, che con varie insinuazioni cercò di far credere che l’Imam Ali fosse divenuto apostata per aver accettato l’arbitrato. Così, persone apparentemente devote finirono per ritenere lecita la guerra contro di lui: un chiaro esempio di guerra cognitiva».

Questo docente di seminario e università ha sottolineato che oggi il principale terreno della guerra cognitiva è costituito dai media: reti mediatiche, stampa, riviste, libri e soprattutto lo spazio virtuale sono strumenti attraverso cui si tenta di demolire le convinzioni del fronte opposto e di orientare l’opinione pubblica, nella cosiddetta guerra delle narrazioni.

Tra le strategie del nemico, ha indicato anzitutto l’attacco alle credenze religiose: «Il nemico non parte di solito da temi politici espliciti, ma cerca prima di indebolire le basi della fede, fino a far ritenere che i problemi della società derivino dalla religione».

Ha proseguito: «Negli eventi degli ultimi anni si è visto come individui che prima partecipavano a cerimonie religiose, sotto l’influenza della guerra cognitiva, siano arrivati a compiere atti come bruciare il Corano, danneggiare mausolei e husayniyya e perfino scandire slogan contro l’Islam».

Richiamando un altro episodio storico, ha detto: «Durante la battaglia di Siffin, con il martirio di ‘Ammar Yasir — che il Profeta aveva detto sarebbe stato ucciso da un gruppo ingiusto — sorsero dubbi nell’esercito del Bilad al-Sham. Mu‘awiya, ricorrendo alla guerra cognitiva, sostenne però che l’uccisore fosse chi lo aveva condotto in battaglia».

Ha aggiunto: «L’Imam Ali rispose che, seguendo questa logica, si dovrebbe dire che anche il Profeta sia l’uccisore di Hamza, poiché lo aveva condotto sul campo di battaglia. Nonostante ciò, alcuni individui ingenui accettarono la fallacia di Mu‘awiya».

Amin-Rostami ha quindi indicato come seconda strategia l’induzione di scoraggiamento e disperazione: «Nella storia islamica non mancano esempi, come nella battaglia di Uhud, quando la voce del martirio del Profeta spinse alcuni musulmani ad abbandonare il campo di battaglia».

Ha aggiunto: «In quel frangente, un ferito disse a un compagno che voleva fuggire: anche se il Profeta fosse stato martirizzato, la sua religione resta e il suo Dio è vivo; occorre dunque resistere e difendere la fede. Ciò dimostra che il contrasto alla guerra cognitiva richiede lucidità e perseveranza».

Riferendosi al ruolo delle voci e della sfiducia, ha osservato: «Come allora la voce del martirio del Profeta indebolì alcuni, oggi si tenta di fiaccare lo spirito della società con affermazioni come la presunta capacità degli Stati Uniti di disattivare le difese di un Paese premendo un solo pulsante; tesi che col tempo si sono rivelate infondate».

Come terza strategia ha indicato la creazione di diffidenza verso il fronte della verità: «La denigrazione di figure come il generale martire Qassem Soleimani e la propaganda contro l’asse della Resistenza ne sono esempi evidenti».

L’Hojjatoleslam Amin-Rostami ha sottolineato: «Durante i disordini, gesti come tirare giù e incendiare immagini del generale Soleimani, così come ripetere slogan come “né Gaza né Libano”, miravano a screditare il fronte della Resistenza e a distorcere la realtà».

Proseguendo con esempi storici, ha aggiunto: «Così come ai primordi dell’Islam venivano mosse accuse contro l’Imam Ali o, nell’evento di Karbala, l’Imam Husayn fu accusato di essere uscito dalla religione, oggi il nemico persegue lo stesso obiettivo: generare diffidenza verso il fronte della verità».

Quanto alla quarta strategia, ha affermato: «La creazione di divisioni tra etnie e confessioni è un altro piano del nemico: da un lato promuove correnti come lo “sciismo inglese”, con numerosi canali satellitari che non assumono alcuna posizione contro il regime sionista; dall’altro rafforza gruppi sunniti estremisti come l’ISIS, per alimentare conflitti logoranti tra i musulmani».

Ha aggiunto: «L’obiettivo è che, come nella Guerra dei Trent’anni in Europa, le generazioni future diventino indifferenti alla religione».

Le modalità di contrasto

Amin-Rostami ha quindi indicato alcune soluzioni. La prima è il “jihad della chiarificazione” (jahād-e tabyīn): «L’ignoranza è all’origine di molti danni, perciò un’informazione corretta e tempestiva è fondamentale».

Ha inoltre ricordato le ripetute indicazioni del leader martire della Rivoluzione Islamica sull’importanza dello spazio virtuale, osservando che egli affermava che, se avesse assunto un incarico diverso dalla guida della Rivoluzione, avrebbe scelto di occuparsi della gestione del cyberspazio.

Ha indicato come seconda soluzione l’indifferenza alla propaganda del nemico e il ricorso a fonti autorevoli, affermando: «Il Corano prescrive che, nelle questioni importanti, si debba fare riferimento agli esperti e non riporre fiducia nei media ostili e nelle emittenti che trasmettono dall’estero; nonostante ciò, alcuni finiscono purtroppo per diffidare dei media interni e delle comunicazioni ufficiali».

Infine, il membro del corpo docente dell’Istituto Imam Khomeini ha indicato come ulteriore soluzione l’astensione dalla diffusione di notizie non attendibili, affermando che non si devono pubblicare informazioni senza conoscenza e certezza, poiché il Corano richiama alla responsabilità per ciò che si compie senza consapevolezza; anche nello spazio virtuale, ha aggiunto, non si devono rilanciare contenuti senza un’adeguata verifica.

A cura di Mostafa Milani Amin

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